La Corea del Sud pensa alla crescita, il Nord alla guerra

Park Guen Hye, primo presidente donna nella storia di Seoul, delinea le priorità di governo: crescita economica e culturale, fiducia con Pyongyang. Kim Jong-un risponde con crescenti minacce.

di Stefano Felician Baccari

South Korean President Park Geun-Hye

Park Geun-Hye, nuova presidente della Corea del Sud

Il 2013 della penisola coreana non è cominciato sotto i migliori auspici: il recente test nucleare della Corea del Nord (il terzo) non ha di certo contribuito ad alleviare la tensione.

Negli ultimi giorni, il Nord ha accentuato la sua retorica bellicosa, minacciando attacchi nucleari e giungendo, lunedì 11 marzo, a “disconoscere” l’armistizio del 1953 che ha posto fine alla guerra di Corea.

Sebbene l’armistizio non sia un formale trattato di pace (che, in effetti, non è mai stato firmato), da sessant’anni costituisce l’elemento su cui si è fondata, de facto, la pace nella penisola.

 

La storia insegna che raramente le provocazioni di Pyongyang avvengono per motivi casuali; anzi, il test dell’ordigno del Nord e la nuova escalation retorica sono capitati proprio mentre Seoul è alle prese con un’importante transizione politica, conseguenza delle elezioni presidenziali di dicembre 2012 e dell’insediamento del nuovo presidente della repubblica.

Mentre il Nord prosegue con le minacce, nel Sud il 25 febbraio 2013 Park Geun-Hye ha sostituito l’uscente Lee Myung Bak alla guida del paese, diventando la prima donna presidente nella storia del paese. Lo stesso giorno Park Geun-Hye ha tracciato la rotta che la Corea del Sud dovrà seguire nei prossimi anni.

Park Geun Hye, pur presentandosi come un elemento di novità nella compagine politica sudcoreana, ha una storia indissolubilmente legata alle vicende del Sud, cosa che la rende una sorta di ponte fra i ricordi della “vecchia” Corea del Sud, ancora povera e contadina, e quella del XXI secolo, democratica, dinamica e sviluppata.

Per comprendere appieno la dimensione, anche simbolica, della nuova presidenza, occorre tornare indietro nella storia sudcoreana.

Park Geun Hye è la figlia di Park Chung-Hee, presidente della Corea del Sud fra il 1963 ed il 1979. In quegli anni il destino della giovane Geun Hye venne segnato da un fallito attentato al padre, avvenuto nel 1974. Durante una cerimonia in un teatro di Seoul, un attentatore nordcoreano cercò di assassinare il presidente Park Chung Hee; il colpo di pistola colpì a morte Yuk Young-soo, sua moglie e madre di Geun-Hye. La giovane figlia si improvvisò first lady per cinque anni, finché suo padre non fu assassinato da un membro dei servizi di sicurezza.

Gli anni di Park Chung Hee sono ancora oggetto di grande dibattito in Corea. A coloro che rimproverano l’autoritarismo di questo personaggio, altri rispondono esaltandone i successi a livello economico, che, grazie anche agli aiuti statunitensi, ha permesso al paese di crescere oltre ogni aspettativa. Quell’epoca è ricordata come l’era del “miracolo del fiume Han”, in cui la Corea del Sud è passata da paese povero e agricolo a economia florida, dinamica e proiettata a raggiungere il “primo mondo”.

La giovane Geun-Hye cominciò quindi a muovere i suoi primi passi politici affiancando il padre, proseguì il cursus honorum militando nel partito conservatore Grand National Party e venendo ripetutamente eletta nel parlamento sudcoreano. Nel 2007 tentò la corsa presidenziale, ma nel partito le venne preferito Lee Myung Bak, successivamente eletto presidente. Nel 2012, al termine del doppio mandato di Lee, i conservatori identificarono nella Park la candidata ideale per le elezioni presidenziali, vinte da quest’ultima il 19 dicembre 2012.

Tuttavia, la sua vittoria non è imputabile solo alla forza del partito. La nuova presidente, infatti, trae la sua forza non tanto dalla tragica storia familiare, ma dal ricordo che ancora circonda il padre e che ha grande presa sui sudcoreani nati dopo la guerra del 1953: la promessa di un “nuovo miracolo sul fiume Han”, unita al ricordo degli “anni ruggenti” dell’epoca di Park padre, è un richiamo simbolico di notevole portata, che ha avuto un forte impatto sull’elettorato.

Il “secondo miracolo” e i rapporti con il Nord

Durante il suo discorso inaugurale, Park Guen Hye ha più volte sottolineato il desiderio di rilanciare il paese verso un’era di felicità, progresso economico e rinascimento culturale.

L’innovazione è l’elemento centrale nel suo programma, come conferma la nascita di un nuovo ministero dedicato “alla pianificazione futura ed alla scienza”, che favorisca lo sviluppo di “un’economia creativa”, basata sul valore delle persone e che crei “nuovi lavori e nuovi mercati”. Anche la cultura fa parte del rinnovamento coreano: ecco quindi la citazione dell’importanza della Korean Wave, quella passione per i prodotti culturali coreani che ha contagiato diverse nazioni dell’Asia.

“Nel XXI secolo la cultura è potere” ha ribadito la neopresidente, che ha rimarcato la necessità di investire in questo settore per aiutare e sostenere “l’economia creativa” promuovendo, nel contempo, la creazione di nuovi posti di lavoro.

Il richiamo all’economia nazionale ha occupato quasi tutto l’intervento inaugurale, ma non è mancata una riflessione sulla Corea del Nord. Visto il background conservatore ed i trascorsi personali di Park, in molti si sarebbero aspettati una posizione netta e decisa anti-Pyongyang, in chiave nazionalista.

La presidente ha invece evitato un attacco frontale ai vicini del Nord e ha chiesto a Pyongyang di abbandonare le ambizioni nucleari per favorire un processo di pace. La chiave di volta di quest’ultimo dovrebbe essere “la fiducia” fra le due Coree, da costruire tramite il dialogo ed il rispetto degli impegni reciproci, per giungere a “un’era di felicità” che abbracci tutta la penisola coreana. La fiducia, inoltre, deve riguardare la cooperazione con gli Stati Uniti, la Cina, il Giappone e la Russia; quanto sia credibile questa trustpolitik (così definita da un’analisi del Council on Foreign Relations) è ancora cosa da vedersi.

A prima vista, ci si potrebbe chiedere come mai Park sia così concentrata sugli aspetti economici mentre la Corea del Nord sta minacciando direttamente il Sud con le armi nucleari. La risposta in questo caso viene non solo dalla necessità di riprendere la carica simbolica esercitata dal “miracolo del fiume Han”, ma anche dal fatto che le sfide principali odierne di Seoul sono il consolidamento del suo successo economico e la gestione delle imponenti evoluzioni sociali che ne conseguono.

La “risposta” del Nord

L’escalation retorica di Pyongyang sembra essere speculare all’insediamento della presidente sudcoreana.

I normali slogan propagandistici, però, si sono assommati negli ultimi giorni ad alcune dichiarazioni decisamente aggressive, che stanno riportando il clima della penisola ad una situazione di tensione simile a quella di un paio d’anni fa.

Questa progressiva crescita di minacce, iniziata con il lancio missilistico e proseguita nel terzo esperimento nucleare, sembra aver raggiunto il suo apice con l’annuncio di un possibile attacco nucleare e, infine, con il proclama della cessazione dell’armistizio fra le due Coree.

Sul piano giuridico quest’ultimo proclama incide poco. Le due Coree, come noto, sono ancora in un teorico stato di guerra, per cui il semplice “ritiro” dall’armistizio non per questo significa l’inizio di un conflitto convenzionale. Il disconoscimento della tregua renderebbe più ardua la negoziazione di un futuro trattato di pace, ma questa opzione è sempre stata difficile anche quando i rapporti bilaterali erano migliori e l’armistizio in vigore.

Sul piano politico, invece, le conseguenze sono ben maggiori: confermano il deciso aggravamento delle relazioni bilaterali Nord-Sud, nonché la progressiva distanza che si sta generando fra la Cina e il regime nordcoreano.

Gli ultimi proclami nucleari di Pyongyang, infatti, sono stati apertamente contestati da Pechino, dato che segna l’ulteriore allentarsi della presa che la Cina ha sul piccolo alleato. Ormai, infatti, sembra che solo una pressione economica cinese sia capace di influenzare le scelte nordcoreane, stante la palese disparità di vedute politiche fra Pyongyang e Pechino.

Il piano militare, paradossalmente, presenta meno criticità, o, meglio, pone la Corea del Nord di fronte a un vero e proprio aut aut. Dati i toni categorici delle ultime dichiarazioni del Nord, se alle parole seguissero i fatti la penisola scivolerebbe in un conflitto armato di tipo convenzionale, o addirittura nucleare. Questa mossa, oggettivamente poco realistica, sarebbe un suicidio per Pyongyang.

La penisola precipiterebbe in una crisi di inaudite proporzioni, che non mancherebbe di affliggere pesantemente anche i vicini. In caso di conflitto, poi, per la Corea del Nord sarebbe molto difficile trovare gli alleati che possano aiutarla nello sforzo bellico, mentre il Sud potrebbe contare su armamenti avanzati ed alleati di prim’ordine, quali gli Stati Uniti o il Giappone.

L’altra soluzione è il mantenimento dello status quo, nonostante la ricusazione o il “ritiro” dall’armistizio. In questo caso la situazione rimarrebbe molto tesa, ma senza sfociare in un confronto diretto. Le due Coree continuerebbero nella solita contrapposizione, sebbene in un clima ben più pesante e con pochi margini per ulteriori miglioramenti, almeno fino a quando permane questo atteggiamento aggressivo del Nord.

Un corollario più delicato di questa seconda ipotesi, però, è la questione degli incidenti di frontiera. Un clima politico più teso potrebbe comportare l’intensificarsi delle esercitazioni militari fra le forze armate del Sud e quelle statunitensi.

Queste manovre, puntualmente criticate dal Nord, potrebbero portare ad incidenti di frontiera come quelli del 2010. Date le premesse citate, questa volta ci potrebbe essere ben poco spazio per le scuse e la diplomazia: anche una sola mossa sbagliata di una parte potrebbe facilmente condurre alla reazione dell’altra, con il rischio di avviare spirali di violenza.

Il nuovo mandato della presidente Park, in definitiva, non si annuncia per niente facile. Dopo gli insuccessi della sunshine policy, Seoul spera che l’era della trustpolitikpossa portare un clima più disteso, anche se le premesse, al momento, non sembrano le migliori.

 

(18/03/2013)

Da Limes

http://temi.repubblica.it/limes/la-corea-del-sud-pensa-alla-crescita-il-nord-alla-guerra/43187

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

  • Unisciti ad altri 122 follower

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: